Restituire ai cittadini l’arte e la storia: incontro al Museo del Sannio.

Costituzione della Repubblica Italiana, art. 9:
«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

Possono l’arte e il nostro patrimonio storico e culturale essere considerati tutt’uno con i valori di democrazia, civiltà e con la stessa Costituzione su cui si fonda la nostra Repubblica? Certamente sì, e non a caso i padri costituenti inserirono l’articolo dedicato alla tutela e promozione dei beni e delle attività culturali nei principi fondamentali. Piuttosto c’è da chiedersi perché un simile accostamento ci prenda quasi alla sprovvista abituati come siamo ad una certa esperienza quotidiana dei beni culturali e della loro fruizione. La risposta sta nella constatazione di cosa è diventata la percezione del patrimonio storico artistico e il nostro rapporto con esso, ormai non più vissuto nella dimensione pubblica che gli è propria, fondatrice di civiltà e uguaglianza, ma completamente assorbito nel privato, oscillante tra indifferenza e marketing selvaggio, un luna park costruito con pezzi della nostra identità collettiva.
Lo spunto di riflessione è l’incontro presso il Museo del Sannio con lo storico dell’arte Tomaso Montanari in occasione della presentazione del suo libro «Le Pietre e il Popolo: Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane».

L’interrogativo da cui muove lo studioso e docente riguarda la possibilità di far partire proprio dalle opere d’arte, musei, città e paesaggi anche il recupero di valori civili, di liberare la nostra identità culturale dalle leggi di mercato cui ormai è sottomessa la stessa gestione politica.
Il sintomo sta nel rapporto individuale con l’opera o il monumento, percepiti come cimeli preziosi custoditi in salotti riservati a pochi eletti , oggetti separati dalla quotidianità riservati a circuiti chiusi ed esclusivi, o tutt’al più accessibili in occasione di mostre ed eventi, come pretesti per l’ intrattenimento. La bellezza secolare, il sapere e la ricchezza spirituale di un popolo «concessi» solo come svago a pagamento, la cittadinanza ridotta a clientela.
Si è smarrito invece la loro funzione di «ammonimento» perenne, di persistente rivelazione di una sostanza che va al di là dell’individuo con le se urgenze immediate… visti come orpelli che rivestono la quotidianità con le sue brutture essi sono in realtà sostanza, e siamo noi casomai a doverla rivestire consapevoli del loro valore storico e spirituale. Il tempo che lentamente consuma l’apparenza conservando e restituendoci l’essenza sotto forma di rovina è stato soppiantato dalla voracità del ritorno economico immediato, dell’appiattimento universale del business che riduce il presente a mera vetrina dei secoli passati. La modernità svuotata di sostanza e coperta con lo smalto del marketing, degli ammiccamenti, del sensazionalismo e dell’ abbaglio mediatico.
Eppure resiste un residuo di consapevolezza del valore universale delle nostre testimonianze di arte e cultura, e del fatto che esse siano specchio di una intera comunità. Lo dimostra l’ indignazione o come minimo l’imbarazzo per un Padre Pio in motocicletta ridicolo e grottesco nella sua pretesa di essere monumento, o per un campanile all’interno di un complesso dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco completamente incustodito e «promosso» a toilette pubblica dai piccioni ; lo dimostra anche lo sdegno per il fatto che un’opera come il Presepe di Dalisi venga ricordata essenzialmente per le polemiche ed i procedimenti giudiziari ad essa legati e sfociati in questi ultimi giorni nella «visita” della Guardia di Finanza a Palazzo Mosti per la notifica di chiusura delle indagini
Ci infastidisce e ci turba, giustamente, specchiarci in certe realtà e dati di fatto.
E’ soltanto comprendendo il loro valore spirituale e civico che i nostri tesori culturali del passato e del futuro potranno tradursi anche in ritorno economico e occupazionale. Ed è 
quell’ «anche» che dobbiamo ricordare, se non vogliamo trasformare le nostre città in centri commerciali della cultura.

Forse oggi più che mai potrebbe suggerirci nuove frontiere guardare quelle testimonianze di continuo mutamento e reinvenzione di un’intera civiltà, strato dopo strato, ognuno con una precisa identità storica in continua evoluzione,
Potrebbe stimolare al recupero di uno sguardo d’insieme su una società sempre più settorializzata e superficiale, senza paura e pronti a ricostruirla ancora una volta pietra su pietra.

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Pubblicato il 1 aprile 2014 su News. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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